Circolare monografica
IMPOSIZIONE FISCALE

L’Approfondimento - Lavorare all’estero: quale imposizione fiscale?

La nuova centralità del criterio della presenza fisica nel territorio dello Stato, anche per frazioni di giorno, impone agli operatori un approccio documentale e probatorio molto più rigoroso rispetto al passato

di Francesco Geria - LaborTre Studio Associato | 1 Luglio 2026
L’Approfondimento - Lavorare all’estero: quale imposizione fiscale?

La mobilità internazionale dei lavoratori italiani rappresenta oggi una delle aree più delicate nella gestione del personale. L’invio all’estero di un dipendente, sia esso realizzato mediante trasferta, distacco, trasferimento di sede, assegnazione internazionale o assunzione locale, impone una valutazione preventiva non soltanto contrattuale e previdenziale, ma anche, e soprattutto, fiscale.

La domanda operativa che ci si deve porre è apparentemente semplice: il reddito del lavoratore inviato all’estero deve essere tassato in Italia, nello Stato estero o in entrambi i Paesi? La risposta, tuttavia, richiede un percorso tecnico articolato, fondato sull’analisi coordinata della normativa interna italiana, delle Convenzioni contro le doppie imposizioni, della durata della permanenza all’estero, della residenza fiscale del lavoratore, della presenza o meno di una stabile organizzazione del datore di lavoro e della concreta struttura contrattuale dell’assegnazione.

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Sintesi elaborata da MySolution IA:
La mobilità internazionale dei lavoratori italiani richiede una valutazione fiscale preventiva, basata sulla residenza fiscale, durata della permanenza all'estero e Convenzioni contro le doppie imposizioni. La tassazione può essere esclusiva in Italia, nello Stato estero o concorrente. Le politiche aziendali di neutralità fiscale (tax equalization, tax protection, netto garantito) gestiscono gli effetti economici dell'espatrio.